 L’Azienda territoriale per l’edilizia residenziale è una struttura che si
inserisce nel contesto di un nuovo concetto sociale dell’abitare, all’interno di una società
in continuo mutamento per esigenze e per problematiche proprie di questo momento storico.
Alle sue origini, la funzione sociale dell’edilizia popolare, assistita dai fondi GESCAL e dal
contributo pubblico, si rivelò allora determinante per soddisfare l’esigenza primaria della
casa in favore dei ceti più deboli che erano ancora esclusi dagli effetti del boom economico
esploso negli anni sessanta.
Oggi, senza più la garanzia dei finanziamenti pubblici "a pioggia" garantiti dallo
Stato con l’ultimo piano decennale dal 1978 al 1988 (Legge 457/78), questo Ente deve rivedere o
meglio inventare un nuovo ruolo dell’edilizia residenziale pubblica in modo tale da garantire, da
una parte, il consolidamento dei risultati raggiunti per i ceti che non possono ancora accedere al
mercato, e, dall’altra, lanciare idee per nuovi settori dell’abitare soprattutto a quel mercato
"intermedio" al quale non è stata prestata la necessaria attenzione.
Risulta anche evidente che, in una società in rapida evoluzione, quale quella attuale, le
domande e le risposte che un ente come l’ATER è tenuto a dare su un tema socialmente
nevralgico come quello dell’abitazione, richiedono adeguamenti e aggiornamenti che necessariamente
debbono seguire la velocità del cambiamento stesso.
Ecco allora che riteniamo importante parlare di "progettazione sociale" dell’abitare: un
concetto che non tiene più solo in considerazione lo "spazio" in cui viviamo, ma la
persona che vive.
A differenza di ieri, l’ATER oggi deve affrontare anche situazioni contingenti di "nuove
povertà" che emergono dalla nuova realtà: una società multietnica e
multirazziale, problemi dell’handicap, dei tossicodipendenti, delle giovani coppie, delle ragazze
madri, degli studenti.
Inserire e farsi carico di queste nuove povertà, riuscire a dare risposta alle nuove richieste
vuol dire formulare un nuovo progetto di abitare.
Potrebbe essere chiesto cosa ha fatto o fa l’ATER in questo senso: concretamente, si possono fare
degli esempi. Si pensi all’intervento di Loc. Spianà a Verona, in sinergia con la Fondazione
Verona,il Comune di Verona, l’Istituto Don Calabria e gli I.CI.S.S. (Istituti Civici di Servizio Sociale) per la realizzazione di un centro
di accoglienza per handicappati.
Cosè pure l’intervento dell’ex area Gavazzi, per l’Università, gli studenti o, ancora,
centri assistiti per tossicodipendenti, (comunità terapeutica) con l’ULSS di Verona, in
Loc. Porto San Pancrazio.
Dobbiamo tenere presente che tutto questo è stato possibile anche in relazione alla mutata
ragione sociale dell’Azienda avvenuta a seguito dell’applicazione della legge regionale del 9.3.1995
n.10. Questa, infatti, ha permesso all’Azienda di perseguire scopi diversi attraverso fonti di
finanziamento diverse che hanno garantito maggiori spazi operativi.
L’ATER non è più solo un esecutore di programmi costruttivi ideati da altri, ma fonte
di progetti propri dettati dalla sensibilità degli amministratori.
James Madison scrive "un buon governo implica due cose: primo, la fedeltà allo scopo del
governare, cioè la felicità della gente; secondo, la conoscenza degli strumenti con cui tale fine può
essere raggiunto". Parafrasando il concetto di "buon governo" con "nuova gestione" riteniamo possa
esser questa la sfida dell'ATER nel terzo millennio.
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